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ANDROMACO il Vecchio (I sec. d.C.)

ANDROMACO il Vecchio

Andromaco il Vecchio (in greco Ἀνδρόμαχος) (medico greco, Creta, I secolo d.C.).
Primo medico romano a vedersi conferito il titolo di Archiatra presso la corte imperiale di Nerone (54 – 68 d.C.), come successivamente lo sarebbe stato anche il figlio Andromaco il Giovane (anche se, secondo alcuni studiosi, tale titolo venne loro attribuito successivamente da scrittori e copisti, in considerazione dei favori che ricevettero dall’Imperatore).
In un poema elegiaco in lingua greca di 174 versi dedicato all’imperatore Nerone, descrisse in versi la preparazione della famosa teriaca (dal greco antico thériakè, cioè antidoto, oppure secondo alcuni dal sanscrito táraca dove tár significa salva), che da lui prese il nome di “Theriaca Andromachi” e che dopo di lui il figlio avrebbe descritto in prosa. Egli, seguendo le indicazioni ed i consigli del medico personale di Mitridate, riportati nella teriaca c.d. arteriace laudata o mitridato, fatta copiare e tradurre in latino da Pompeo Magno dopo la sua conquista del Ponto, preparò una teriaca con la carne di vipera supponendo che un animale velenoso avrebbe dovuto possedere all'interno del suo corpo anche l'antidoto (“similia similibus curantur”) secondo il concetto base dell’assuefazione (il veleno è antidoto a se stesso).
Sarebbe poi stato il medico greco-romano Damocrate a copiare in versi giambici la formula, tanto che, in molte farmacopee del XVI e XVII secolo, la preparazione risulta riportata come “Teriaca di Damocrate”. Tale formula sarebbe stata poi riportata da Galeno nel suo De Antidotis.
Sembra che però anche Celso ed altri medici prima di Damocrate (come Scribonio Largo e Andromaco il Giovane) avessero già divulgato la formula in modi diversi ossia riportandola sempre secondo un diverso numero di componenti. Precisamente, seguendo un percorso assolutamente cronologico: Plinio il Vecchio (cita 54 componenti, senza fornirne la lista); Celso (38); Scribonio Largo (22); Andromaco il Vecchio (61: tra gli ingredienti di composizione troviamo la scilla marina, l’oppio, il pepe e le vipere secche); Andromaco il Giovane (43); Antipatro e Cleofanto (secondo Andromaco il Giovane, ne citano ben 53); Damocrate (49, mentre altri ne aggiungono, dice lui, 50); Mitridate (secondo Asclepiade il Giovane, 44); Xenocrate (secondo Nicostrato, 22). Le ultime cinque formule le troviamo in Galeno (De Antidotis, II L.). Fu però Andromaco il Vecchio a modificarne e complicarne la composizione in modo radicale, aggiungendo la carne di un rettile (lo scinco, lucertola del Nilo) agli altri componenti.
Tutto ciò – unito ai componenti che davano dipendenza (fenomeno peraltro già riconosciuto dallo stesso Galeno) – avrebbe contribuito a mantenere vivo nel tempo il suo mito di panacea attiva ed efficace contro tutti i mali.
La teriaca fu tanto in voga presso gli imperatori romani che Antonino la assumeva ogni giorno e la faceva preparare ogni anno presso la sua corte (Galeno, de antid.).
Gli elementi delle teriache dei secoli successivi, arrivati nel tempo fino a più di cento, avrebbero compreso la carne di vipera con numerose altre erbe, tra cui angelica, mirra, genziana, oppio, succo d’acacia, miele, finocchio, cannella, valeriana, scilla, ecc.
Nonostante l’innovazione di comporre la teriaca con la carne di vipera sia storicamente legata alla sua figura, la lunga presentazione delle categorie dei serpenti velenosi e della "carne di vipera" è legata alla figura del figlio Andromaco il Giovane.
Secondo la tradizione, la teriaca traeva origine dalle ricerche di natura farmacologica effettuate da Mitridate VI Filopatore detto il Grande, re del Ponto (132-63 a.C.) con l’aiuto di medici e filosofi quali Papias di Amisos e Crateva. Tra i suoi principali componenti originari vi era l’oppio.
Citazioni di Andromaco il Vecchio, riguardo alla preparazione della teriaca, le troviamo in Galeno Galeno, De Antid. I 6 e De Ther. Ad Pis. c. 6. vol. XIV. pp. 32-42).
Nel 1668 venne pubblicata la “Thériaque d’Andromachus” ad opera del celebre farmacista Moyse Charas (1619 – 1698). Il fisico e botanico napoletano Bartolomeo Maranta (1500 – 1571), nell’opera “Della theriaca et del mithridato libri due di M. Bartolomeo Maranta, ... ; ne quali s'insegna il uero modo di comporre i sudetti antidoti, et s'esaminano con diligenza tutti i medicamenti che u'entrano.” (in Vinegia : appresso Marcantonio Olmo. 1572), avrebbe riportato una ricetta che non si allontanava molto da quella del Charas, con circa sessanta componenti suddivisi in sei gruppi omogenei a seconda del numero dei semplici e a seconda del peso, senza contare il vino ed il miele:
“ – I -
“Piglia trochisci di Scilla dramme XILVIII (quaranta otto)
- II -
Trochisci di vipera, Trochisci hedicroi,  Pepe lungo, Opio Tebaico.
di ciascuno dramme 24
- III -
Rose rosse (purgate), Rachide d’Iride illirico, Cannella fina, Scordeo cretico, Semi di Napi selvatico, Sugo di Lagoritia, Opobalsamo, Agarico bianco.                                                                                               di ciascuno dramme 12
- IV -
Mirrha Trogloditica, Costo odorato, Croco ottimo, Cassia lignea, Nardo indico, Zaffrano, Cascia, Nardo Indico, Schinantho, Pepe nero, Cime di Dittamo di Creta, Marubbio cretico, Rhapontico, Cime di Stecade.
di ciascuno dramme 6
Semi di Prezzemolo Macedonico, Calaminta montana, Terebinto, Zenzero ottimo, Radici di Cinquefoglio.
di ciascuno dramme 6
- V –
Polio montano, Iva artetica, Stirace calamita, Amomo, Meo athamantico, Nardo Celtico, Rubrica Lemnia, Phu Pontico, Camedrio Cretico, Folio Malabatro, Chalciti brugiata, Radici di Genziana, Semi di Anisi, Carpobalsamo, Sugo d’hipocistide, Gomma Arabica, Semi di Finocchio,  Cardamomo Indico, Sesseli di Marsiglia, Semi di Thlaspi, Cime d’Iperico, Ammi Cretico, Spin Nero di Sagapeno.
di ciascuno dramme 4
- VI –
Castoreo Pontico, Aristolochia lunga, Semi di Dauco, Bitume Giudaico, Cime di Centaurea minore, Oppopanaco, Galbano puro.
di ciascuno dramma una.
Mele
Mele Spiumato quanto basta
Malvagia ottima quanto basta.
per disciorre le sostanze concrete.
Si mescoli esattamente ogni cosa secondo l’arte per far Elettuario di giusta consistenza.
Dose, da uno scropolo ad una dramma.
In relazione alla pianta della Centaurea, dopo il padre, Andromaco il Giovane avrebbe specificato che la pianta da utilizzarsi per la teriaca doveva essere la “Centaurea sottile” diversa dalla semplice Centaurea.
Della teriaca, tra gli altri, nel 1677 ne avrebbe scritto Gioseppe Candrini nella “Teriaca d'Andromaco, e Mitridato di Democrate,...”, mentre una sua descrizione – che qui di seguito riportiamo - la ritroviamo nell’opera di  Nicolas Lemery (1645 – 1715) dal titolo "Pharmacopée universalle" (1697), successivamente ridotta nel “Dictionaire ou Traité Universal des Drogues simples...” del 1698):
“Recipe; Trochiscorum scilliticorum; Viperinorum; Hedichroi; Radicum gentianae; Acori veri; Meu athamantici; Valerianae; Nardi celtica; Piperis longi; Chamaepythios; Opii; Coma Hyperici; Iridis florentia; Seminum ameos; Thlaspeos; Anisi; Seseleos massiliensis; Cardamomi minoris; Rosarum rubrarum; Malabathri; Succi glycyrrhisa; Comae polii montani; Seminis buniados; Chamoedryos; Scordii; Carpobalsami; Opobalzami vel succedanei olei nucis moschatae; Succi hypocistidis; Acacia vera; Cinnamomi; Gummi arabici; Agarici; Styracis calamitae; Nardi indicae; Terra lemniae; Dictamni cretici; Chacitidis veri; Radici pentaphylli; Zingiberis; Costi; Rhapontici; Sagapeni; Prassi albi; Radicis aristolochia tenuis; Stoechadis arabica; Comae centaurii minoris; Schananthi; Seminis dauci cretici; Seminis petroselini macedonici; Opopanacis; Calamintae montana; Galbani puri; Cassia lignea; Bituminis judaici; Croci; Castorei; Piperis albi; nigri; Mellis optimi despumati & cocti; Myrrha trogloditicae; Vini generosi; Olibani; Terebinthina chiae; Amomi racemosi.
Fiat antidotum”.
Anche qui Andromaco il Giovane, il quale aveva descritto le caratteristiche che dovevano avere alcuni suoi componenti, si preoccupò di distinguere la radice lunga e sottile della pianta Aristolochia da un secondo tipo di radice, grossa, e da una terza, tonda, dello stesso genere di piante. L’Aristolochia sottile, di cui parlò anche Galeno, altro non sarebbe secondo l’Erbario di Pietro Andrea Mattioli del 1599 (ristampato nel 1744) che la Clematite (pianta di cui parlò anche Plinio il Vecchio all’ottavo cap. del 25^ Libro della sua Naturalis Historia).

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