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ANDROMACO il Giovane (I sec. d.C.)

ANDROMACO il Giovane

Andromaco (in greco Ἀνδρόμαχος) il Giovane (medico greco, I secolo d.C.).
Figlio di Andromaco il Vecchio (il quale era nativo di Creta), come il padre fu medico Archiatra a Roma presso la corte imperiale di Nerone (54 – 68 d.C.) (W. Smith, Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology, ed. 1867); anche se, secondo alcuni studiosi, tale titolo venne loro attribuito successivamente da scrittori e copisti, in considerazione dei favori che ricevettero dall’Imperatore.
A lui è attribuita un’opera sulla farmacia in tre libri (di cui rimangono però solo pochi frammenti) e che troviamo spesso citata nelle opere di Galeno (v.De Compos. Medicam. sec. Gen. II 1).
Descrisse in prosa la preparazione della famosa teriaca (dal greco antico thériakè, cioè antidoto, oppure secondo alcuni dal sanscrito táraca dove tár significa salva), preparata e descritta in versi dal padre. In essa descrisse le caratteristiche che doveva avere, ad esempio, uno dei suoi componenti, ossia la radice lunga e sottile della pianta Aristolochia che si preoccupò di distinguere da un secondo tipo di radice, grossa, e da una terza, tonda, dello stesso genere di piante. Ancora, mentre il padre diceva di mettere nella teriaca la pianta Centaurea, il figlio specificò che avrebbe dovuto trattarsi della “Centaurea sottile”. L’Aristolochia sottile, di cui parlò anche Galeno, altro non sarebbe secondo l’Erbario di Pietro Andrea Mattioli del 1599 (ristampato nel 1744) che la Clematite (pianta di cui parlò anche Plinio il Vecchio all’ottavo cap. del 25^ Libro del suo Naturalis historia).
Nel trattato medico arabo del Kitâb al-Diryâq la sua figura compare insieme a quella del padre e di altri sette eruditi nell’arte medica: Eraclide, Filagrio, Proco, Pitagora, Marino, Magno d'Emèse, Galeno, con le relative ricette per comporre la teriaca. In particolare, la lunga presentazione delle categorie dei serpenti velenosi e della "carne di vipera" è legata alla sua figura (nonostante l’innovazione di comporre la teriaca con la carne di vipera sia storicamente legata alla figura del padre, Andromaco il Vecchio).
Secondo la tradizione, la teriaca traeva origine dalle ricerche di natura farmacologica effettuate da Mitridate VI Filopatore detto il Grande, re del Ponto (132-63 a.C.) con l’aiuto di medici e filosofi quali Papias di Amisos e Crateva. Tra i suoi principali componenti originari vi era l’oppio.
Fu il medico greco-romano Damocrate a copiare in versi la formula della c.d. arteriace laudata o mitridato, fatta copiare e tradurre in latino da Pompeo Magno dopo la sua conquista del Ponto. Tale formula sarebbe stata poi riportata da Galeno nel suo De Antidotis.
Sembra che però anche Celso ed altri medici prima di Damocrate (come Scribonio Largo e Andromaco il Giovane) avessero già divulgato la formula in modi diversi ossia riportandola sempre secondo un diverso numero di componenti. Precisamente, seguendo un percorso assolutamente cronologico: Plinio il Vecchio (cita 54 componenti, senza fornirne la lista); Celso (38); Scribonio Largo (22); Andromaco il Vecchio (61: tra gli ingredienti di composizione troviamo la scilla marina, l’oppio, il pepe e le vipere secche); Andromaco il Giovane (43); Antipatro e Cleofanto (secondo Andromaco il Giovane, ne citano ben 53); Damocrate (49, mentre altri ne aggiungono, dice lui, 50); Mitridate (secondo Asclepiade il Giovane, 44); Xenocrate (secondo Nicostrato, 22). Le ultime cinque formule le troviamo in Galeno (De Antidotis, II L.). Fu però Andromaco il Vecchio a modificarne e complicarne la composizione in modo radicale, aggiungendovi, tra l’altro, la carne di un rettile (lo scinco, lucertola del Nilo). Tutto ciò – unito ai componenti che davano dipendenza (fenomeno peraltro già riconosciuto dallo stesso Galeno) – avrebbe contribuito a mantenere vivo nel tempo il suo mito di panacea attiva ed efficace contro tutti i mali.
La teriaca fu tanto in voga presso gli imperatori romani che Antonino la assumeva ogni giorno e la faceva preparare ogni anno presso la sua corte (Galeno, de antid.).
Le opere di Andromaco il Giovane furono molto apprezzate da Galeno anche se quest’ultimo non mancò di criticare il fatto che in esse mancasse un’esatta indicazione dei casi in cui andassero usati i medicamenti (De compositione medicamentorum secundum genera, Galeno, I, IV). Galeno nel suo De compositione medicamentorum secundum locos riporta che avesse approntato ben 24 rimedi contro il mal d’orecchi, le emorragie, i dolori ai denti, le afte, l’asma, l’emottisi, varie affezioni dello stomaco, del fegato, la dissenteria, la calcolosi e vari altri impiastri.
Negli scritti di Andromaco il Giovane troviamo citazioni, tra gli altri, di Apollonio, Valente, Rufo, Cratero, Celso e Scribonio.
A lui (anche se permane qualche dubbio sulla cronologia) pare che Eroziano avesse dedicato il suo glossario ippocratico; similmente Dioscoride Pedacio di Anazarba, medico militante nelle regioni romane di stanza sul Danubio, dedicò ad Andromaco il Giovane il suo voluminoso trattato di farmacologia generale (Euporisti).