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ANDROCIDE

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ANDROCIDE

Androcydes o Androkydes (medico e scrittore antico, IV sec. a.C.).
Sappiamo che fiorì nel IV secolo a.C., sotto il regno di Alessandro Magno. Tanto lo possiamo desumere da quanto recita il testo della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio – L. XIV, VII, 58:
“Vino natura est hausto accendendi calore viscera intus, foris infuso refrigerandi. nec alienum fuerit commemorare hoc in loco quod Androcydes sapientia clarus ad Alexandrum Magnum scripsit, intemperantiam eius cohibens: Vinum poturus, rex, memento bibere te sanguinem terrae. cicuta hominis venenum est, cicutae vinum. quibus praeceptis ille si obtemperavisset, profecto amicos in temulentia non interemisset, prorsus ut iure dici possit, neque viribus corporis utilius aliud neque voluptatibus perniciosius, si modus absit.”
“La natura del vino è di accendere l’interno dei visceri col calore, cosparso fuori di refrigerare. Non sarà qui inopportuno ricordare quanto Androcide famoso per la sua sapienza scrisse ad Alessandro Magno, rimproverandolo per la sua intemperanza: “O Re, quando stai per bere il vino, tieni presente che stai bevendo il sangue della terra, che è veleno per gli uomini. Se costui avesse ottemperato a questo precetto, non avrebbe di certo ucciso i suoi amici in istato di ubriachezza, di modo che si può giustamente dire non esistere cosa più utile a rinforzare il corpo né più dannosa alla volontà, laddove non si rispetti la giusta misura.”
Ed ancora, al L. XVII, cap. XXXVII, 240    :
“hinc sumpsit Androcydes medicinam contra ebrietates, raphanum manducari praecipiens. odit et caulem et olus omne, odit et corylum, ni procul absint, tristis atque aegra. nitrum quidem et alumen, marina aqua calida et fabae putamina vel ervi ultima venena sunt.”
“Da qui Androcide ricavò una medicina contro l’ubriachezza, prescrivendo di masticare il rafano. (La vite) rifugge anche il cavolo ed ogni ortaggio, se non sono lontani, s’intristisce e si ammala. Certo il salnitro e l’allume, l’acqua di mare calda, ed i gusci di fave e lenticchie sono i massimi veleni.”

 [A proposito delle proprietà del rafano, leggiamo in Villae Io Baptistae Portae Neapolitani Libri XII: ...Villae Libe Decimus (Hortus olitorius), pag. 771:
Hinc sumpsit Androcides medicinam contra ebrietates raphanum mandi praecipiens: odit et caulem et olus omne.]

Da quanto sopra, si rileva una preoccupazione di natura etica sul giusto comportamento da tenere quando si è in procinto, in tal caso, di bere vino: il vino, recita essenzialmente il testo, è il sangue della terra e, al di là della semplice preoccupazione di natura dietetica, qui si può scorgere un accenno di armonia di natura pitagorica tra ciò che si staglia nel cosmo e ciò che si riflette invece tra la realtà degli uomini, tenuti eticamente appunto a rispettare in modo disciplinato tale armonia. Un orientamento, quindi, non solo filosofico bensì anche mistico-religioso. L’Androcide che ritroviamo in Plinio sarebbe quindi un personaggio che, oltre ad occuparsi di medicina – in questo caso dietetica –, era anche seguace e divulgatore delle dottrine pitagoriche [v. nel merito il libro di biografie a cura di Waldemar Heckel, Who's Who in the Age of Alexander the Great (prosopografia)]. Vale a dire lo stesso scrittore della cui opera ci sono pervenuti solo pochi frammenti (in tal caso sulla materia della simbologia pitagorica) il quale viene cronologicamente collocato appunto tra il IV ed il I secolo a.C. e che viene citato dal grammatico greco Trifone (ca. 60 a.C. - 10 a.C.).

D’altronde, a un Androcydes medico (Ἀνδροκύδης δ´ ὁ ἰατρὸς) che si occupava anche di grammatica (nel merito del termine kolax / κόλαξ) fa riferimento Ateneo di Naucrati nel suo Deipnosophistai - Libro VI, 258b, di cui qui di seguito riportiamo il testo inglese (amplius) e, più nel particolare, il testo greco:
" 'The parasite of the lad mentioned above,' as Clearchus says, 'must have been a voluptuous parasite. But there are other names for him; for, in addition to playing the flatterer as described, he obsequiously imitates the posture of those whom he flatters, now crossing his arms, now wrapping himself closely in his ragged cloak. Whence some call him "arm-crosser," others, "posture-magazine." In fact, the parasite, in one and the same person, is the very image of Proteus. At any rate, he assumes every kind of shape and of speech as well, so varied are his tones. The physician Androcydes used to say that flattery gets its name from the way in which the flatterer (kolax) glues himself (kollasthai) to the company; but I think that it comes from the easy good-nature (eukolia), that is to say, dexterity, with which he submits to any treatment, being the sort of person who takes on his own shoulders the burden of another's character, never restive under anything, no matter how degrading.' And so one would not go wrong if he called the manner of that Cyprian lad's life soft. There are many instructors in it at Athens, as Alexis in The Fire-lighter declares in these words: 'I wanted to get a taste of that other mode of life which is popularly called soft. After strolling about the Cerameicus for three days, I discovered instructors in the life I mean, perhaps thirty in a single shop.' And Crobylus, in The Woman who left her Husband:  'Once more the softness of your mode of life has troubled me; for to‑day some people call prodigality softness.'
«  Εἴη οὖν ἂν ὁ τοῦ προειρημένου μειρακίου κόλαξ μαλακοκόλαξ, ὥς φησιν ὁ Κλέαρχος· πρὸς γὰρ τῷ τοιούτῳ κολακεύειν καὶ τὸ σχῆμα τῶν κολακευομένων ἐπακολουθῶν ἀποπλάττεται παραγκωνίζων καὶ σπαργανῶν ἑαυτὸν τοῖς τριβωναρίοις. Ὅθεν αὐτὸν οἳ μὲν παραγκωνιστήν, οἳ δὲ σχηματοθήκην καλοῦσι. Κατ´ ἀλήθειαν γὰρ ὁ κόλαξ ἔοικεν εἶναι τῷ Πρωτεῖ ὁ αὐτός. Γίγνεται γοῦν παντοδαπὸς οὐ μόνον κατὰ τὴν μορφήν, ἀλλὰ καὶ κατὰ τοὺς λόγους· οὕτω ποικιλόφωνός τις ἐστίν. Ἀνδροκύδης δ´ ὁ ἰατρὸς ἔλεγε τὴν κολακείαν ἔχειν τὴν ἐπωνυμίαν ἀπὸ τοῦ προσκολλᾶσθαι ταῖς ὁμιλίαις· ἐμοὶ δὲ δοκεῖ διὰ τὴν εὐχέρειαν ὅτι  πάντα ὑποδύεται, ὡς δή τις ὑποστατικὸς νωταγωγῶν τῷ τῆς ψυχῆς ἤθει καὶ οὐ βαρυνόμενος οὐδενὶ τῶν αἰσχρῶν. ».